Il 16 gennaio 2026 è uscito, per Tempesta Dischi, l’ottavo album in studio dei Sick Tamburo, “Dementia”; con copertina, realizzata da Davide Toffolo e grafica di Paolo Proserpio.

È un disco che racconta una storia, quella di chi sta accanto ad una persona affetta da demenza. Dolore, speranza ed emozioni si mescolano senza capire bene dove e come andranno a finire. Gian Maria Accusani ha infatti raccontato che la genesi dell’album proviene proprio dalla malattia di qualcuno a lui molto vicino. Man mano che si procede nell’ascolto prendiamo coscienza di avere di fronte una sorta di catarsi, un’acquisizione di consapevolezza; le tracce vanno a formare un continuum, una storia triste, inquieta ma che sotto sotto nasconde anche un po’ di speranza, è un modo per stare vicini a chi ha provato qualcosa di simile. Sono canzoni composte separatamente, in periodi diversi, che ad un certo punto, quasi in maniera spontanea, arrivano a dare corpo ad un disco con un tema centrale. Uno stream of consciousness vero è proprio fatto di emozioni che diventano ritmi ossessivi, mischiando punk, post punk e alternative.

Il disco conta 10 brani:

Mi gira sempre la testa”. Un riff di chitarra impattante che, unitamente alla voce di Accusani, ci fa capire subito il taglio malinconico caratteristico di tutto l’album. La batteria sembra guidarci all’ascolto, regolandosi sapientemente sul ritornello scandisce quella vertigine esistenziale onnipresente nel brano. Nel finale risuona una frase “Spiegami perché ci siamo persi”, un rimpianto, un’inquieta perplessità, un rimando a quell’atmosfera dal sound nostalgico anni ’90, tipico dei Sick Tamburo.

Silvia corre sola”. Singolo uscito il 18 dicembre è uno dei pezzi più orecchiabili del disco. Qui la chitarra piano piano ci conduce ad un ritornello che, pur mantenendosi su toni bassi, è potente, forse perché supportato dalla batteria. Al centro un altro personaggio femminile che va ad aggiungersi a quelli già parte del variegato mondo dei Sick. Silvia è quella ragazza persa, sola, diversa che esisteva una volta ed esiste ancora oggi. Come dichiarato da Accusani in questo caso la protagonista della canzone è reale, ed è una ragazza da lui conosciuta, che ha un approccio particolare alla vita, quasi poetico, insomma il tipo di persona su cui viene spontaneo scrivere una canzone.

Mexican”. Qui la voglia di scappare, di evadere si percepisce tutta. Un addio, malinconico, musicalmente cadenzato, definitivo. Quel senso di sconforto che ci si porta dietro in queste situazioni, una risata nel pianto.

Ho perso i sogni”. Primo singolo con video ben realizzato annesso. Una strofa che parte con gli archi che pian piano acquista spessore e carica, fino a sfociare in un ritornello post-punk; la presenza del contrabbasso regala il giusto spleen al brano. “Ho perso i sogni” è la disillusione di un tredicenne che in mezzo alla guerra non sa più se il futuro per lui possa esistere. Bambini che non sanno se avranno un domani per colpa di uomini che non sono poi così umani. Una dementia (letteralmente non pensiero) declinata, in questo caso, in maniera diversa; la follia dell’uomo che non conosce limiti e che non riesce a non fare la guerra nonostante le disastrose conseguenze che ricadono anche sui più giovani.

Non c’è pace”. La batteria scandisce il ritmo. Il basso esprime malinconia, così come la distorsione della chitarra surf. Gridare che “non c’è pace” perora la causa, un lento e strascicante dolore rassegnato.

Fuori”. Un parlato quasi rappato, con il basso che accompagna, lento, poi subentra la batteria martellante e improvvisamente diventa un pezzo punk. Il cantato è ridondante, sembra quasi una poesia, parole che vanno ad intrecciarsi in una sorta di incastri che a primo impatto sembrano non suonare ma che in realtà, una volta entrati nel flusso, scorrono molto bene. Il finale assolo di batteria è quello che ci voleva per chiudere in bellezza.

Immagina se”. Tristezza, tanta tristezza, trasposta nel suono di una chitarra. Questo brano parla della memoria che pian piano sfuma a causa della malattia. È solo un’ipotesi per ora, ma un’ipotesi forte. Un’ espressione per rendersi conto di quello che si potrebbe perdere in una situazione del genere, cose, persone, ed infine sé stessi. Tremolante, con gli archi che accompagnano ed un ritornello sostenuto dalla batteria.

Chiudi quella porta”. Un brano elettronico dove i sintetizzatori si intrecciano, scorrono fino a sfociare, a metà traccia, in un’atmosfera gotica, ben delineata dalla chitarra. Un piccolo barlume di speranza che sembra farsi strada.

Sangue e libertà”. Pezzo scandito e con un riff di chitarra punk e aggressivo. Il ritmo che si ripete sempre uguale trasporta, coinvolge, ci fa gridare che “Il sangue è libertà”.

Dementia”. Sei minuti e mezzo per una title track interamente strumentale che aggancia l’ascoltatore con degli archi melensi, ma poi vira completamente in un’altra direzione con suoni, rumori, e tutto quello che ci può essere nella testa di chi sta provando un grande spaesamento. Un vortice di elementi: archi, tuoni, contrasti. Sono armonia e dissonanza che si fondono in uno sperimentalismo ben riuscito. Un rumore bianco e poi il rullante. Si è portati a perdersi in qualcosa di estraniante. Pezzo che riassume tutto ciò che abbiamo precedentemente ascoltato nel disco. Un vortice emotivo delicato e profondo.

 

Delicatezza, una parola che non ti aspetteresti per i Sick Tamburo ma che in queste tracce si fa sentire appieno. Un disco che non nega il dolore, non lo rifugge, lo attraversa e, di conseguenza, è in grado di trasformarlo. Insomma un disco umano, dove le ombre vengono portate alla luce grazie ad un sound ancora in grado di trasmettere con forza ciò che ha da dire.

 

Articolo di Asia Seca

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