“El Galactico” è il decimo album in studio dei Baustelle. Uscito il 4 aprile 2025, è un disco sospeso tra sonorità antiche e moderne, tra una laconica malinconia ed il bisogno di lasciar andare. Il nome nasce da un’ ”illuminazione”, in tutti i sensi, avuta da Bianconi in una notte di vuoto vagare milanese, quando si ritrovò in fondo a Via Padova davanti ad un’insegna luminosa con su scritto proprio “El Galactico”. Una visione, il buio totale e proprio nel mezzo l’unica luce a spiccare, ed eccolo, “El Galactico”. La vaga impressione che pervade tutti i pezzi è quella descritta da Bianconi, cioè che quel bar avrebbe potuto essere dovunque anche a Los Angeles in una California anni’60, dove atmosfere psichedeliche si intrecciano ad un clima ricco di soleggiata ironia. Senza però far mancare elementi che ne svelano l’attualità e la malinconia di fondo. Prepariamoci, allora, ad ascoltare le 12 tracce de “El Galactico”.
Il disco si apre con una chitarra elettrica 12 corde in stile folk rock anni’60 che ci introduce “Pesaro”, brano ricco di citazioni ed ironia tipicamente Baustelliane. Il ritornello, accompagnato dalla voce di Rachele Bastreghi,ha un che di romantico e triste. Un bel bilanciamento di malinconia e sarcasmo con passaggi che richiamano a tratti, sia nella sonorità che nel testo, Battiato. La città scelta non è casuale, Bianconi ha raccontato che proprio mentre si trovava a Pesaro per un concerto, in una cornice assolata di inizio estate, ricevette una telefonata che gli comunicava una tragica notizia. Un’ esperienza che racconta questo, il “provare un profondo dolore mentre fuori splende il sole e aver voglia di scappare dalla felicità che ti circonda, ma nonostante tutto trovare un modo per stare in piedi e continuare ad amare”.
Segue “Spogliami”, primo singolo, pubblicato il 9 gennaio 2025. È un pezzo ritmato che ci porta, o meglio ci fa rimanere, in una California retrò e nostalgica. Nostalgia che si riflette anche nel testo che, pur non perdendo il tocco ironico, tra un saluto a Donald Trump e una battuta sul nucleare degni delle cronache più attuali, urla a gran voce una richiesta “Spogliami!”. Spogliarsi sì, ma da cosa? Principalmente da ciò che non si è e accettare ciò che invece si è, anche se certe volte fa schifo e non ci piace. Si percepisce anche qui la voglia di abbandonarsi, di lasciarsi andare al dolore, attraversarlo e capire che, una volta passato, siamo ancora vivi. Il bisogno di sentirsi anche pesanti in un mondo in cui tutto sembra leggero.
“Canzone verde, amore tossico” è un brano elettronico, incalzante, con un beat ripetitivo che rende il tutto orecchiabile. Il verde è qui usato come un simbolo di tossicità legato sia all’ambiente che alle relazioni. Il ritornello è una pura voglia di evasione e la melodia in generale rimarca l’idea di un disco, in qualche modo, con sonorità estive; nonostante ciò è sempre presente una dicotomia tra allegria e tristezza.
“Filosofia di Moana” ci racconta gli ultimi giorni della nota pornostar. Immagini vive e pop che celano sotto la superficie una costretta finzione, un sorriso forzato che nasconde dietro di sé dolore e rassegnazione per essere “carne in mezzo agli avvoltoi”. È il giudizio del mondo benpensante che pesa addosso e distrugge l’oscenità che ci appartiene con un finto buonismo. Bianconi, pur ammettendo di non aver letto molto su questo personaggio, cerca di coglierne il dolore racchiuso nel profondo. Facendo rivolgere Moana al mondo dal suo letto d’ospedale, ci mostra che in fondo, sotto al tappeto, tutti nascondiamo la polvere e che i perbenisti sono i primi a farlo.
Arriviamo al secondo singolo, “Una storia”, ballad languida scritta a quattro mani da Rachele Bastreghi e Francesco Bianconi. Un lento che ricorda una vecchia canzone ascoltata su un qualche 45 giri poi dimenticato. Al contrario ciò che viene raccontato è quantomai attuale e ci narra, in prima persona,una storia di cronaca nera della nostra epoca. Protagonista è una ragazza adolescente vittima di un reato o fattaccio indefinito,molto probabilmente riconducibile ad una violenza, che viene per di più postato sui social. Il ritornello alza il tono e rispecchia la voglia di abbandonarsi perché il mondo è un posto spiacevole. La forma canzone si presenta davanti all’ascoltatore e gli fa notare la fragilità dell’essere umano, ancor di più in un’era dove tutto è online e la violenza dilaga. È la realtà dei nostri giorni, raccontata da archi, clavicembalo e dall’Hammond di Alberto Bazzoli.
Abbiamo poi “L’imitazione dell’amore” che si presenta con una batteria concitata e una chitarra dai toni cupi; un brano contro l’idea di amore finto. Contro tutti i preconcetti figurati, contro tutte quelle immagini artificiali da cartolina, contro l’amore edulcorato da soap opera che non permette di fare quello che davvero si sente. È la voglia di essere ciò che si vuole senza sottostare alle imposizioni sociali e all’orgoglio. È un invito a cogliersi prima che sia troppo tardi.
Arriviamo ad uno dei pilastri portanti del disco, nonché terzo singolo, “L’arte di lasciar andare”. Un lampo a ciel sereno ed uno dei pezzi più potenti di “El Galactico”. Un brano ironico, coinvolgente con una chitarra ed un sound rock anni ’60. Il ritmo è incalzante, in perfetto stile Baustelle e il testo parla di una delle cose più difficili da fare al mondo: lasciarsi andare, abbandonarsi, cadere all’indietro senza avere più certezze e stare a vedere cosa succede. Accettare che tutto finisca anche la vita. E così imparare, o almeno tentare, l’arte di lasciar andare.
“Per sempre” è un breve intermezzo strumentale che riesce a condensare tutte le atmosfere retrò del disco. Abbiamo una chitarra dal suono distorto, sonorità che mescolano antico e moderno e nostalgia per un tempo che non si è mai vissuto. Ci sono l’intensità straziante e l’idea di un addio. Bianconi, nel realizzarlo, ammette di essersi ispirato a Morricone ed alle colonne sonore hollywoodiane e di voler dare l’idea di una Los Angeles ideale, formata da tutti i gruppi caratteristici del suo periodo d’oro. Il pieno riassunto dell’intero sound del disco.
Una chitarra che incalza, un ritmo che ci suona quasi familiare, come a ricordarci un qualche pezzo non meglio identificato a cavallo fra anni ’60 e ’70, ed ecco “Giulia come stai”. Qui la domanda per eccellenza, quella di cui non si vuole sapere quasi mai la risposta, viene posta con semplicità. Una canzone di conforto, come l’hanno definita gli stessi componenti del gruppo: “Giulia è la persona da consolare, la persona a cui vuoi bene, che vuoi proteggere dal dolore, dalla paura del mondo. È una carezza d’amore per far sentire meno soli.” Alla chitarra troviamo Claudio e Lorenzo Fornabaio che ci riportano ad atmosfere beatlesiane.
Una melodia retrò italiana ci introduce “Lanzarote” che parte con la voce della Bastreghi per poi proseguire con la batteria ed esplodere nel ritornello quando subentra la voce di Bianconi. È la storia di un viaggio, una fuga, un’evasione che non porta da nessuna parte. A maggior ragione se si pensa al fatto che viene nominata una delle mete più sdoganate e commerciali della movida vacanziera, ovviamente mantenendo sempre un taglio ironico di fondo. Il finale è una totale esplosione, proprio quando si pensa che stia per finire, il brano ci invade con un risvolto dance, un beat che preme, potente e poi di colpo si spegne.
“La nebbia” è un alternarsi di immagini allegre e melodia triste. Una ballad, archi che sospingono la canzone, pianoforte, voce. Scorre. Il paragone è quello di una persona con la nebbia. Qualcosa che fa perdere, disorienta. È tutto un disorientarsi, perdere la bussola, perché solo così ci si può trovare. La nebbia è qualcosa che cela, nasconde il brutto e la realtà, ma per farlo deve svelarsi mostrarsi completamente e proprio in questa contraddizione sta la sua forza.
“Non è una fine” è un perfetto richiamo alla psichedelia,un insieme di più suoni che si sovrappongono alle voci. Pezzo strumentale ed ultimo brano che, grazie ad una ben realizzata stratificazione armonica, risulta un degno finale.
Insomma cosa dire di questo disco? “El Galactico” è un revival di psichedelia e rock folk anni’60 che va ad incontrare sonorità moderne, combinandole con maestria, ma soprattutto è un invito a perdersi, ad abbandonarsi, a fare la cosa che fa più paura all’essere umano: lasciarsi andare e lasciar andare, comprendere che nulla è per sempre e che in fin dei conti va bene così.
articolo di Asia Seca



